Slowcomix consiglia: Ridi Paperoga

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Rischio spoiler: basso

Confesso che Paperoga è il mio personaggio Disney preferito in assoluto. Amo i suoi capelli scarmigliati da anticonformista e ho sempre pensato che, a livello di “sballo”, potesse primeggiare anche sul celebre Pippo reinterpretato da Pazienza.
Il nuovo mensile che lo vede titolare (3,50 € per 64 pagine), firmato da Faraci, Bolla e Sio con il contributo di altri autori Disney e riproponendo anche alcune vecchie storie, è una rivista di piccolo formato su carta ruvida, piena di rubriche, giochi e fumetti devoti all’umorismo surreale e nonsense. Sfogliandola, si ha l’impressione di essere capitati dentro un grande caos grafico, ma si tratta di una confusione divertente e stimolante, perché quasi in ogni angolino dell’albo sono presenti battute e trovate da scoprire, come le mini-strisce di Bolla piazzate in fondo alla pagina.
Il gusto e l’impostazione della rivista devono molto a Sio e questo è un bene, perché l’umorismo dell’autore veronese, personale ed insolito, spicca decisamente in un panorama abbastanza tradizionalista come quello italiano. Si tratta, in definitiva, di una pubblicazione quasi sperimentale e con un’impronta autoriale, che riesce a portare a termine con successo e freschezza il difficilissimo compito di far ridere.

Consigliato a chi non si prende troppo sul serio ma anche a quelli che ancora si ostinano a dire che Sio non sa disegnare: forse leggendo Ridi Paperoga si accorgeranno che non è vero e magari inizieranno anche a capire come dovrebbe funzionare un fumetto.

Alessio Bilotta

Slowcomix consiglia: Le Chat Noir

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Rischio spoiler: basso

Quando un genere narrativo ha dei codici ben definiti, la sfida di interpretarlo può essere davvero ardua per un autore. Il rischio di essere banali o irrispettosi può diventare alto, soprattutto se si azzarda l’approccio parodistico. Con Le Chat Noir (Coconino Press, 128 pagg., 17€), fumetto realizzato nel 2012 ma pubblicato soltanto adesso, Marco Galli evita però abilmente tutte le trappole, uscendo vincitore dalla sfida con l’hard boiled. L’autore bresciano ripropone infatti tutti i cliché di questo genere, dal detective scalcinato all’algida femme fatale, senza lesinare su sparatorie, inseguimenti, sangue e sesso, ma lo fa in modo consapevole, appassionato e divertito.
A differenza di operazioni come Sin City (1991-2000) di Frank Miller, in cui il tentativo sembrava essere quello di rifondare una mitologia, a Galli interessa di più smontare e rimontare il giocattolo, come afferma lui stesso nella prefazione, citando fra la sue fonti di ispirazione il film Alphaville (1965) di Jean-Luc Godard. Se uno dei temi di quella pellicola è la lotta contro una società totalitaria e tecnocratica, qui l’amore per la libertà c’è anche a livello stilistico e realizzativo, perché il fumetto è stato scritto e disegnato di getto, senza avvalersi di alcun dispositivo di sicurezza come sceneggiatura o storyboard.
Il risultato è sorprendente nella sua coerenza e seducente nella sua spontaneità, e anche l’apparente contrasto fra l’essenzialità del segno e la peculiare verbosità dei testi, che sembrano preponderanti ad un’occhiata superficiale, è in realtà una soluzione perfettamente equilibrata.

Da leggere durante un’afosa sera estiva sorseggiando un gin da quattro soldi, in libreria il suo posto è accanto ad Alack Sinner di Muñoz e Sampayo e a Città di vetro di Karasik e Mazzucchelli.

Alessio Bilotta

 

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Un tranquillo film di supereroi

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tom

Rischio spoiler: alto

Uno degli elementi fondanti della mitologia di Spider-Man è il lutto. O meglio, i lutti provocati dalle sue azioni, come la morte dello zio Ben, che è l’evento che lo trasforma in un eroe perseguitato dal senso di colpa, o quella della fidanzata Gwen Stacy. Questi elementi fortemente drammatici, seppure alleggeriti dai toni della commedia, hanno reso Spider-Man una delle figure più complesse e interessanti dell’intero panorama supereroistico, ammantandolo di un’aura dolorosa e quasi dostoevskijana.

Ebbene, nessuna di queste componenti tragiche è presente in Spider-Man: Homecoming, il film diretto da Jon Watts che è il sesto dedicato all’Arrampicamuri dal 2002 nonché il secondo reboot, progettato apposta per reinserire l’Uomo Ragno nella continuity cinematografica Marvel ufficiale. Non è chiaro come Peter Parker abbia deciso di diventare un supereroe, non c’è traccia dello zio Ben, la zia May dismette i panni della vecchia malata e ansiogena per trasformarsi in un’amabile MILF e al protagonista viene affiancata addirittura una spalla comica. Non compare nemmeno J. Jonah Jameson, il surrogato di figura paterna che vive con Peter un rapporto a dir poco conflittuale, sostituito dal ben più tranquillizzante Tony Stark, irresistibile come sempre ma soprattutto comprensivo e alla fine affettuoso. Forse è proprio “tranquillizzante” la parola chiave per decodificare questo film e in generale tutti quelli prodotti sotto l’egida dei Disney Studios, che oltre infilare nella storia un cameo della Morte Nera e una delle loro reginette (Zendaya), si sono dati da fare per fornire un’immagine idealizzata degli adolescenti americani, depurata accuratamente da questioni di droga, alcol, armi e bullismo. L’unico problema di Peter è quello di decidere se partecipare alle olimpiadi di matematica o inseguire l’Avvoltoio, nella migliore tradizione di film innocui come Il computer con le scarpe da tennis.
In un’ipotetica versione un po’ più adulta della sceneggiatura, alla fine l’Avvoltoio sarebbe dovuto morire, recuperando il tema del senso di colpa, ma sembra abbastanza evidente che la produzione punti forte al pubblico infantile. Una categoria che non può essere turbata in alcun modo e per la quale ha molto più senso identificarsi in un quindicenne piuttosto che in un signore attempato con la barba come Robert Downey Jr.

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I puristi di Spider-Man, quindi, potrebbero rimanere abbastanza delusi, anche se verso il finale c’è una citazione di una delle storie più epiche di Lee e Ditko (The Final Chapter) che sicuramente farà sobbalzare i loro cuoricini nostalgici, proprio come ha fatto con me.
Tutti gli altri probabilmente si godranno il film, che diverte, emoziona e ha un buon ritmo, sebbene a livello di linguaggio cinematografico risulti abbastanza povero, tanto che, da questo punto di vista, persino la dilogia di Marc Webb sembra migliore.
Gli attori sono tutti in parte e fra questi bisogna citare senz’altro il protagonista Tom Holland, perfetto nel ruolo dell’adolescente insicuro ma entusiasta, e un grandissimo Michael Keaton. L’interprete dell’Avvoltoio è perfettamente a suo agio nonostante Birdman, in quella che è quasi un’anti-citazione personale, nonché uno degli elementi più curiosi di tutta la produzione. A margine, il vero “working class hero” è proprio lui, nonostante i metodi decisamente poco ortodossi e anche se è la sua nemesi Spider-Man ad essere battezzato in questo modo da Stark.

Portate quindi senza indugio i vostri figli a vedere questo film, se accettate serenamente le regole Disney vi divertirete parecchio anche voi.

Alessio Bilotta