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Possiedo anch’io alcuni gadget di Star Wars, fra cui (addirittura!) un’originale action figure Kenner di Chewbacca perfettamente conservata. Ho anche assistito, nel lontano 1977, alla proiezione del primissimo “Guerre Stellari” in un fumoso cinema di Firenze, ma tutto questo non fa di me un fanatico della saga. Confesso, anzi, di non aver visto neppure un episodio della seconda trilogia e di non avere nessuna intenzione di recuperarli.
Professarmi ateo anche nei confronti di questa bizzarra religione pop mi ha impedito di notare alcune presunte incongruenze stigmatizzate dagli ultrà dopo la visione de “Gli ultimi Jedi”, ma forse mi ha consentito di guardare il film solo per quello che è: un costoso veicolo di intrattenimento che punta forte su sequenze spettacolari ed emozioni primarie. Ritengo, peraltro, che l’intera saga di Star Wars appartenga a questa categoria di film, che sono entrati nella storia recente più per considerazioni sociologiche che per meriti strettamente cinematografici.
Tutto questo per dire che si può andare serenamente al cinema a vedere l’episodio scritto e diretto da Rian Johnson anche senza essersi laureati con una tesi sull’Holocron, tanto in nessun caso i quarantenni ritorneranno bambini e ogni accusa di apostasia se la porteranno via gli incassi. Per la cronaca, dopo solo qualche settimana di programmazione, “Gli ultimi Jedi” è il terzo maggior incasso mondiale del 2017 e il 23esimo di tutti i tempi: forse le cifre mostruose de “Il risveglio della Forza” saranno ineguagliabili, ma per quel film le aspettative erano molto più grandi.

Personalmente mi sono molto divertito, esaltandomi durante le scene di battaglia e facendo spudoratamente il tifo per i buoni, addirittura in un paio di occasioni sono riuscito a provare un senso di antica meraviglia davanti ad alcune invenzioni scenografiche. In particolare, ho apprezzato molto la definitiva cesura con la trilogia classica, considerando che dopo Han Solo non vedremo più neppure Luke, mentre la tragica dipartita di Carrie Fisher costringerà gli autori a fare a meno anche della Principessa Leia, unica sopravvissuta del quartetto di protagonisti originali.

Bisogna distruggere il passato per costruire il futuro, e dal prossimo episodio Kylo e Rey potranno finalmente seguire da soli la loro strada, anche perché Han e Luke si sono rivelati infine stanchi, vecchi e fondamentalmente inutili. È evidente che la produzione voglia liberarsi di ingombranti zavorre del passato per rifondare il mito e intercettare il gusto di un pubblico più giovane, e secondo questa logica credo abbia fatto benissimo a puntare su due interpreti come Adam Driver e Daisy Ridley. I lineamenti irregolari del primo, accentuati da una cicatrice che gli attraversa il volto, ne evidenziano il tormento interiore quasi shakespeariano, mentre i tratti luminosi ma decisi della seconda ne fanno un contraltare ideale e un perfetto prototipo per i nuovi eroi che verranno. Da sottolineare anche il concetto attualizzato di Forza, che non è più una prerogativa aristocratica da iniziati, ma può essere padroneggiata anche da una ragazza senza addestramento e nata in una famiglia poverissima e disfunzionale. Per paradosso, la Disney rinuncia a rimpolpare i ranghi delle sue splendenti principesse per affidare il futuro dell’universo ad una giovane donna che di nobile ha solo l’animo, e di questo non possiamo che esserne felici.

Alessio Bilotta

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