Tag

, , , , , , , , , , , , ,

tom

Rischio spoiler: alto

Uno degli elementi fondanti della mitologia di Spider-Man è il lutto. O meglio, i lutti provocati dalle sue azioni, come la morte dello zio Ben, che è l’evento che lo trasforma in un eroe perseguitato dal senso di colpa, o quella della fidanzata Gwen Stacy. Questi elementi fortemente drammatici, seppure alleggeriti dai toni della commedia, hanno reso Spider-Man una delle figure più complesse e interessanti dell’intero panorama supereroistico, ammantandolo di un’aura dolorosa e quasi dostoevskijana.

Ebbene, nessuna di queste componenti tragiche è presente in Spider-Man: Homecoming, il film diretto da Jon Watts che è il sesto dedicato all’Arrampicamuri dal 2002 nonché il secondo reboot, progettato apposta per reinserire l’Uomo Ragno nella continuity cinematografica Marvel ufficiale. Non è chiaro come Peter Parker abbia deciso di diventare un supereroe, non c’è traccia dello zio Ben, la zia May dismette i panni della vecchia malata e ansiogena per trasformarsi in un’amabile MILF e al protagonista viene affiancata addirittura una spalla comica. Non compare nemmeno J. Jonah Jameson, il surrogato di figura paterna che vive con Peter un rapporto a dir poco conflittuale, sostituito dal ben più tranquillizzante Tony Stark, irresistibile come sempre ma soprattutto comprensivo e alla fine affettuoso. Forse è proprio “tranquillizzante” la parola chiave per decodificare questo film e in generale tutti quelli prodotti sotto l’egida dei Disney Studios, che oltre infilare nella storia un cameo della Morte Nera e una delle loro reginette (Zendaya), si sono dati da fare per fornire un’immagine idealizzata degli adolescenti americani, depurata accuratamente da questioni di droga, alcol, armi e bullismo. L’unico problema di Peter è quello di decidere se partecipare alle olimpiadi di matematica o inseguire l’Avvoltoio, nella migliore tradizione di film innocui come Il computer con le scarpe da tennis.
In un’ipotetica versione un po’ più adulta della sceneggiatura, alla fine l’Avvoltoio sarebbe dovuto morire, recuperando il tema del senso di colpa, ma sembra abbastanza evidente che la produzione punti forte al pubblico infantile. Una categoria che non può essere turbata in alcun modo e per la quale ha molto più senso identificarsi in un quindicenne piuttosto che in un signore attempato con la barba come Robert Downey Jr.

ditko

I puristi di Spider-Man, quindi, potrebbero rimanere abbastanza delusi, anche se verso il finale c’è una citazione di una delle storie più epiche di Lee e Ditko (The Final Chapter) che sicuramente farà sobbalzare i loro cuoricini nostalgici, proprio come ha fatto con me.
Tutti gli altri probabilmente si godranno il film, che diverte, emoziona e ha un buon ritmo, sebbene a livello di linguaggio cinematografico risulti abbastanza povero, tanto che, da questo punto di vista, persino la dilogia di Marc Webb sembra migliore.
Gli attori sono tutti in parte e fra questi bisogna citare senz’altro il protagonista Tom Holland, perfetto nel ruolo dell’adolescente insicuro ma entusiasta, e un grandissimo Michael Keaton. L’interprete dell’Avvoltoio è perfettamente a suo agio nonostante Birdman, in quella che è quasi un’anti-citazione personale, nonché uno degli elementi più curiosi di tutta la produzione. A margine, il vero “working class hero” è proprio lui, nonostante i metodi decisamente poco ortodossi e anche se è la sua nemesi Spider-Man ad essere battezzato in questo modo da Stark.

Portate quindi senza indugio i vostri figli a vedere questo film, se accettate serenamente le regole Disney vi divertirete parecchio anche voi.

Alessio Bilotta

Annunci