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Lo scorso 1° febbraio si è festeggiato, senza troppi clamori, il venticinquesimo compleanno della Image Comics, di fatto la terza forza del fumetto americano dopo i colossi DC e Marvel.
Come sanno i bene informati, la Image nacque in seguito ad un contenzioso fra la Marvel ed alcuni dei suoi disegnatori più famosi, che chiedevano all’editore maggiori royalty sulle loro creazioni. Vale la pena ricordare che tre degli artisti transfughi, vale a dire Todd McFarlane, Rob Liefeld e Jim Lee, erano stati gli autori di alcuni fra i titoli di maggiore successo della storia della Marvel. A loro si aggiunsero il veterano Jim Valentino e le promesse Erik Larsen, Whilce Portacio e Marc Silvestri, dando origine all’avvenimento forse più importante nella storia dei comics dopo il debutto della Marvel di 31 anni prima.

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Da sinistra a destra: Larsen, Portacio (seduto), Liefeld, McFarlane, Lee (seduto), Silvestri e Valentino

In Italia i titoli Image arrivarono abbastanza presto per gli standard dell’epoca, cioè appena un anno dopo l’esordio in patria, tradotti dalla Star Comics. Per gli appassionati di fumetti U.S.A. come me fu un piccolo shock, tanto erano diversi dalle cose che eravamo abituati a leggere. In quel periodo, infatti, gli editori italiani stavano cercando di colmare un grosso gap temporale con le pubblicazioni americane, e quindi era normale leggere materiale anche di cinque anni prima. Per fare un esempio, il fumetto campione di incassi X-Men #1 disegnato da Jim Lee nel 1991, sarebbe stato pubblicato da noi solo nel 1994.
All’interno dell’albo italiano, dall’inevitabile titolo “Image”, trovavano spazio tutti i personaggi più caldi, e cioè il supereroe infernale “Spawn” di Todd McFarlane e due supergruppi, i governativi “Youngblood” di Rob Liefeld e i “WildC.A.T.s” di Jim Lee. L’interessante “Savage Dragon” di Erik Larsen, una specie di Hulk con la cresta le cui avventure sono una divertente miscela pop di elementi pescati dalla storia del fumetto fantastico, avrebbe trovato posto in una seconda testata qualche anno dopo.

Quelle storie puntavano tutto sulla potenza delle immagini (nomen omen?), e quindi le tavole erano composizioni affollate di anatomie esagerate, vignette frantumate, prospettive distorte e colori digitali ultra-brillanti. Per chi era abituato alla colorazione puntinata e al lineare storytelling degli anni ‘80, fu come essere sparati a tutta velocità in un universo di muscoli gonfiati e metallo lucente, e l’esperienza non fu sempre piacevole. Nessuno dei fondatori, infatti, aveva una grande esperienza come sceneggiatore, e spesso le storie servivano solo come cornice per far scatenare i disegnatori in scene di combattimento. Fu la Image la prima a puntare forte su personaggi digrignanti e armati fino ai denti e sulle ragazze cattive e ipersessuate, riplasmando dalle fondamenta un immaginario popolare condiviso con conseguenze che possiamo rintracciare ancora oggi.
L’assoluta libertà creativa e il riconoscimento dei diritti d’autore attirarono però in breve tempo anche veri sceneggiatori e artisti meno commerciali, che contribuirono alla realizzazione di alcune fra le opere più interessanti di quel periodo magmatico, come “1963” scritto da Alan Moore e “The Maxx” di Sam Kieth.

La sbornia di popolarità e vendite stratosferiche durò però solo pochi anni, anche perché fra il 1994 e il 1996 il mercato americano implose miseramente a causa di errori di valutazione degli speculatori, che per qualche tempo avevano pensato che sarebbe stato un buon affare accaparrarsi lo stesso albo stampato in innumerevoli versioni con copertine diverse. A questo si aggiunsero i clamorosi ritardi di consegna dei titoli Image, rilasciati anche 6 mesi dopo la data prevista, quando l’interesse dei possibili acquirenti si era già smorzato. Come conseguenza, le vendite e gli introiti si ridussero drasticamente, centinaia di negozi specializzati chiusero e la Marvel dichiarò bancarotta nel 1997.
Fu un periodo di grande confusione e nervosismo, che culminò con la cacciata di Rob Liefeld dalla Image nel 1997 per questioni di soldi e con la fuga di Jim Lee e dei suoi personaggi sotto l’ala protettiva della DC nel 1999. Lee si portò via anche un fuoriclasse come Warren Ellis, la straordinaria linea ABC di Alan Moore e “Astro City” di Kurt Busiek e Brent Anderson, uno dei titoli migliori pubblicati fino a quel momento. Gli stessi Liefeld e Lee, del resto, erano tornati a lavorare anche per la Marvel nel 1996, realizzando le versioni “Image Style” di alcuni personaggi classici.
Il dado, tuttavia, ormai era stato tratto, e il riconoscimento dei diritti d’autore era una conquista acquisita. Forse è anche per questo che né Marvel né DC hanno introdotto in seguito personaggi nuovi di rilievo, se non sfruttando nomi o marchi già registrati.
Fra i nuovi titoli degni di nota di quegli anni, ricordiamo “Gen13 di Jim Lee e Brandon Choi, il trasgressivo “DV8” scritto da Warren Ellis, il fantasy metropolitano “Witchblade” di Marc Silvestri e del compianto Michael Turner, proseguito per 10 anni e 185 numeri, e “The Darkness”, sempre di Silvestri ma stavolta anche con il contributo di Garth Ennis.

A cavallo dell’inizio del nuovo millennio, e quindi agli albori del fenomeno dei “graphic novel”, le prospettive per la Image non sembravano per niente buone, e probabilmente fu solo grazie all’ostinazione di Todd McFarlane e alla lungimiranza di Jim Valentino che l’etichetta riuscì a risollevarsi. Fu proprio Valentino, infatti, a credere fermamente in un cambio di direzione, scommettendo su autori giovani e generi poco frequentati. Puntò su Brian Michael Bendis (sceneggiatore di “Powers” e futura superstar della Marvel) e soprattutto su Robert Kirkman, il creatore di “The Walking Dead”, cioè la serie che avrebbe segnato la rinascita della Image dopo un esordio in sordina nel 2003. All’epoca gli zombi non erano popolari, e anche la scelta di realizzare il fumetto in bianco e nero, inusuale per gli Stati Uniti, non sembrava un’intuizione vincente. Da noi il fumetto di Kirkman arrivò nel 2005, con un volume pubblicato da SaldaPress che raccoglieva i primi 6 numeri della serie originale. Confesso che mi lasciò piuttosto freddo, forse anche perché i disegni di Tony Moore (poi sostituito da Charlie Adlard) non mi piacevano per niente. Non avrei mai potuto immaginare che da quel seme sarebbe germogliata una serie TV di successo planetario, e certo non avrei scommesso un centesimo su quel titolo, oggi così popolare da essere diventato uno dei pochi nuovi brand realmente iconici del nuovo secolo.

Ci sarebbero però voluti alcuni anni e almeno tre cambi di assetto editoriale perché le intuizioni di Jim Valentino diventassero vincenti, nonostante la pubblicazione di alcune buone serie come “Invincible” dello stesso Kirkman (tuttora in corso), “Wanted” di Mark Millar e “Gødland” disegnato da Tom Scioli, cioè il miglior clone di Kirby in circolazione.
È all’incirca nel 2009, quindi a ridosso del debutto televisivo di “The Walking Dead”, che possiamo collocare la vera rinascita della Image, grazie ad una serie di titoli fortunati e pluripremiati che hanno reinterpretato in chiave moderna i generi classici del fumetto, trascurando finalmente i supereroi. Considerando che si tratta di pubblicazioni molto recenti è difficile selezionare le più significative, ma fra quelle che ho potuto leggere voglio segnalare i fantascientifici “Saga”, “Prophet” e “Black Science”, il poliziesco “Chew” e il western “Pretty Deadly”, oltre agli inclassificabili “Southern Bastards”, “King City” e “Sex Criminals”. Quasi tutti, purtroppo, pubblicati in Italia da Bao con le tavole ridotte rispetto alle dimensioni originali, ma del resto questo sembra essere un po’ il destino dei fumetti Image qui da noi, considerando che anche “The Walking Dead” e il recente “Outcast” sono stati ficcati a forza nel classico formato bonelliano.
Fra i molti meriti dell’ultima incarnazione della Image, che da un certo punto di vista è diventata una specie di Netflix del fumetto, c’è anche quello di aver lanciato una nuova generazione di autori di grande talento, comprendente Brian K. Vaughan, Brandon Graham, Jonathan Hickman, Matt Fraction e Rick Remender. A loro si aggiungono la sceneggiatrice Kelly Sue DeConnick e le disegnatrici Fiona Staples e Emma Ríos, fra le poche donne di successo nel comicdom americano, purtroppo di impostazione ancora molto maschilista.

A venticinque anni dalla nascita, le serie storiche “Spawn” e “Savage Dragon” continuano ad essere pubblicate, i soci fondatori si sono riuniti tutti ad eccezione di Jim Lee (le cui azioni, a dire il vero, sembrano parecchio in ribasso) e la casa editrice gode ottima salute, con il consenso praticamente unanime di pubblico e critica. Forse la battaglia contro le due major nel tentativo di creare personaggi popolari come Batman è stata persa, ma in compenso si è creato uno spazio complementare a quello della Fantagraphics, in cui gli autori possono esprimersi liberamente senza essere per forza deprimenti.

Scommetto che anche nel prossimo quarto di secolo la Image Comics indovinerà per prima i trend più fighi del mercato, e stavolta sono sicuro di vincere.

Alessio Bilotta

 

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