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Lo-chiamavano-Jeeg-RobotQuando gli italiani hanno creato i loro superuomini in costume, lo hanno fatto sempre con un approccio un po’ “provinciale”, intendendo questo aggettivo soprattutto come un sinonimo di subalterno. L’urlante Zagor nasce in provincia dell’immaginario fantastico-avventuroso americano, mescolando e accumulando elementi diversi, e spesso incoerenti, rubati ad altri personaggi; Diabolik e i suoi innumerevoli imitatori, invece, sono figli di una subalternità economica, quella dell’illusorio benessere da camicia di popeline, quando una ricchezza più diffusa solleticava sogni proibiti di illegalità e trasgressione. In pochissimi però, se non forse a livello di parodia, hanno messo al centro del progetto l’autentica provincia italiana, quella di periferia, fatta di palazzoni, dialetti e personaggi coatti. Il tentativo in questo senso fatto da Lo chiamavano Jeeg Robot, uscito in sala la settimana scorsa, è quindi una piacevole novità, oltre che uno dei maggiori punti di forza del film. Gli autori, infatti, hanno capito che non aveva senso scimmiottare gli scintillanti semidei americani, ma bisognava inventarsi un approccio più credibile al mondo dei supereroi, proprio ripartendo da un sentimento di identità locale, di quartiere, che tutti conosciamo e condividiamo.
Ecco allora che l’antieroe della storia, Enzo Ceccotti, indossa come costume una vecchia felpa sudicia, e non ci sorprende vederlo mentre guarda film porno in mutande, perché è un personaggio tutt’altro che risoluto e cristallino. È, al contrario, un uomo disilluso, indolente, dalla coscienza trasandata, totalmente confuso sul ruolo che dovrà rivestire dopo aver acquisito i superpoteri. I suoi antagonisti, fra i quali spicca lo Zingaro, una specie di Zanardi adulto marcio e sadico, sono cattivi sul serio, e le loro armi sparano per uccidere; come Ceccotti, sono figli legittimi del loro tempo e del nostro sciagurato Paese, mostri grotteschi generati dai programmi TV della domenica pomeriggio, letteralmente. Anche gli scontri non somigliano affatto alle battaglie fantascientifiche per famiglie fra i supereroi americani, ma sono delle risse sanguinose e violentissime, intrise di dolore e di morte. A ben vedere, anzi, lo scarto più significativo con i cinefumetti d’oltreoceano sta proprio nella crudezza della tragedia che induce Ceccotti a vestire definitivamente i panni dell’eroe: un vero pugno emotivo nello stomaco, brutale e inaspettato, ben lontano dai drammi artefatti che motivano le scelte dei supereroi tradizionali. Non c’è ottimismo, ed è così che deve essere, perché ci possiamo ritrovare davvero solo in questa mitologia sofferente e imperfetta.

Andate a vedere il film, non solo perché è girato bene, scritto meglio e interpretato da attori in stato di grazia, ma anche perché non c’entra nulla con il cinema italiano a cui siamo abituati, ancora infestato da troppi intellettualoidi onanisti e comici rassicuranti.

Alessio Bilotta

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