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Era veramente da tantissimo tempo che non provavo un’attesa così spasmodica per un fumetto, forse anche perché sapevo da un bel po’ che sarebbe stato pubblicato, per la precisione fin dall’estate del 2013, anche se le radici del progetto, probabilmente, si sviluppano molto più in profondità. Forse un seme inconsapevole è stato piantato addirittura negli anni ’90 del secolo scorso, quando Aka B e Ausonia nello Shok Studio, e Roberto Recchioni nella Factory, muovevano rivaleggiando i primi passi nel mondo del fumetto, e quando negli Stati Uniti c’erano già stati esempi importanti di personaggi classici reinterpretati da artisti non abituali (uno fra tutti, Silver Surfer di Mœbius).
In Italia, invece, infrangere i canoni consolidati del fumetto popolare è sempre stato abbastanza difficile, e quando si è provato a farlo non sono mancate le contestazioni, spesso a dire il vero pretestuose, come lo scorso anno con il Tex di Serpieri.
È probabile che anche questo specialissimo Dylan Dog Color Fest #16, il primo del nuovo corso (meno pagine ma periodicità più fitta), attirerà su di sé diverse critiche negative, però chi lo leggerà/guarderà onestamente, senza preconcetti o bisogni d’attenzione, difficilmente potrà fare a meno di goderne ed esaltarsi, proprio come ho fatto io.


L’operazione orchestrata dal curatore Roberto Recchioni è particolare ed anomala, forse senza precedenti nel fumetto italiano, perché ha chiamato a lavorare su un personaggio-icona come l’indagatore dell’incubo alcuni artisti che sono lontanissimi dalle dinamiche dei prodotti seriali, oltre a possedere un’impronta autoriale molto personale e ampiamente al di fuori dai canoni di cui sopra. Il copertinista Arturo Lauria lavora da anni per il mercato americano, mentre Ausonia, Marco Galli e Aka B, elencati in rigoroso ordine di apparizione, sono molto difficilmente inquadrabili in un genere o in una corrente, tanto che anche le categorie “underground” (ma esiste ancora?) e “graphic novel” vanno loro molto strette. Non ho verificato, ma non ricordo che nessuno di loro si sia mai cimentato prima d’ora con personaggi tanto popolari, e già questo basterebbe per far capire a tutti che ci troviamo di fronte ad un albo molto importante, che potrebbe addirittura segnare un punto di svolta per l’editore milanese, o almeno questo è ciò che io mi auguro.

Tutte queste considerazioni, tuttavia, potrebbero risultare poco interessanti per i lettori, e infatti la vera forza di Tre passi nel delirio (titolo che riprende quello di un film horror a episodi del 1968, per la regia di Vadim, Malle e Fellini) sta nelle storie e nei disegni, che riescono nella difficile impresa di dire cose nuove su un personaggio con 30 anni di vita editoriale alle spalle, senza però tradirne lo spirito, e anzi rafforzandone il mito.
Si parte con le origini segrete e infernali dei vestiti di Dylan Dog, immaginate da Ausonia, si passa attraverso un bizzarro e casto ménage à trois fra Dylan, la fidanzata di turno e un demone obeso, grazie a Marco Galli, e si finisce dentro il pozzo profondo di Aka B, in compagnia del protagonista e dei suoi tormenti. Ciascun episodio, come nella migliore tradizione di questo fumetto, è carico di inquietudini, orrori e bizzarrie, e gli originali punti di vista dei tre autori arricchiscono e completano il profilo del personaggio, riuscendo a dare un ordine e un significato nuovi alle ossessioni e alle peculiarità che da sempre lo caratterizzano.

In tutte le storie, e in particolare nell’ultima, camminiamo con Dylan in una zona d’ombra, quella che sta fra la sua psiche e il mondo reale, sempre che si possa dare questa definizione ad un universo fatto di carta, e ammesso che anche quello, alla fine, non sia soltanto la proiezione di un paranoico. Non mancano numerose e mai banali riflessioni sulla società in cui viviamo e sui meccanismi della narrativa seriale, ma gli autori non vogliono dettare una tesi sulla loro visione del mondo o dell’editoria a fumetti, che filtra rispettosamente fra una vignetta e l’altra, senza annientare la trama.
I disegni e il montaggio delle tavole meriterebbero uno studio a parte molto approfondito, che magari qualcuno più bravo di me avrà voglia di fare e di condividere. Io mi limito a sottolineare come, anche graficamente, gli autori abbiano rispettato il personaggio e il suo mondo senza mai abbandonare la propria cifra stilistica, e trovando anzi ottimi compromessi con i requisiti di leggibilità che un fumetto da edicola dovrebbe possedere. Colpiscono la varietà delle inquadrature (tanti primissimi piani con dettagli di occhi e bocche) e la cura dedicata alla costruzione delle atmosfere, fantastiche e spaventose ma allo stesso tempo stranamente famigliari. Anche il colore, e non avrebbe potuto essere diversamente, è al servizio della narrazione, e non è soltanto un optional per rendere il prodotto più accattivante agli occhi di osservatori superficiali.

Forse questi artisti, più di altri, sono stati capaci di rappresentare così bene il mondo di Dylan Dog perché sono riusciti a vederlo attraverso i suoi “veri” occhi, e credo che questa sia la cosa più complicata da fare con un personaggio inventato da altri.

Concludo ringraziando senza retorica tutti quelli che hanno reso possibile la realizzazione di questo fumetto, dall’editore fino alla letterista, perché da ieri l’edicola sotto casa è tornata ad essere un posto che nasconde tesori preziosi. Ne vogliamo ancora.

Alessio Bilotta

DYLAN DOG COLOR FEST #16
TRE PASSI NEL DELIRIO

Sergio Bonelli Editore | 96 pagg. a colori | 4,50 €

Resta in edicola fino al 5 maggio e contiene:
Sir Bone – Abiti su misura di Ausonia
Grick Grick di Marco Galli
Claustrophobia di Aka B

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