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dylandog351

Chi segue da un po’ di tempo questo blog, anche nella sua incarnazione precedente, sa che ho sempre dedicato molta attenzione al lavoro di Ratigher (guarda qui, qui e qui), che considero uno degli autori più interessanti del panorama contemporaneo, soprattutto per la sua capacità di stigmatizzare alcune contraddizioni della nostra società attraverso la lente deformante dell’horror e del fantastico. Amo moltissimo anche le cose fatte da Alessandro Baggi, sia quelle più personali e libere dagli schemi (come ad esempio questa) sia i fumetti che realizza ormai da diversi anni per Bonelli, nei quali ha sviluppato uno stile che si potrebbe definire quasi neo-classico, almeno se consideriamo come riferimenti alcuni grandissimi autori americani del secolo scorso, come Gene Colan, Jack Kirby, Jim Steranko e Johnny Craig.
Con queste premesse, è ovvio che le mie aspettative per il #351 di Dylan Dog, realizzato in coppia dai due autori, fossero enormi, e adesso che finalmente l’ho letto/visto, posso dire che non sono rimaste per niente deluse.

La mia più grande curiosità era forse quella di scoprire come Ratigher, al suo debutto assoluto su una serie popolare e un personaggio non suo, avrebbe conciliato il proprio personalissimo background con una mitologia condivisa e codificata ormai da quasi 30 anni. Trattandosi di un episodio della serie regolare, non mi aspettavo di trovare uno stravolgimento dei canoni, e infatti l’impronta dell’autore non è mai prepotente, ma si insinua sottilmente fra una vignetta e l’altra, quasi seguendo un percorso invisibile che diventa più chiaro una volta terminato l’albo, quando sono stato avvolto da una fredda sensazione di angoscia e smarrimento. Il male protagonista della storia, dai contorni indefiniti ma spaventosi, si nasconde nella solitudine, nell’ignoranza e persino nei gesti d’affetto, e gli avvenimenti fantastici, quasi à la Lovecraft, che incombono sui protagonisti, servono quasi da scenografia, nella quale rappresentare gli orrori reali, quelli appunto generati dagli uomini. Particolarmente riuscite, da questo punto di vista, la sequenza del funerale e le vignette con il padre di Molly (cioè la ragazza le cui vicissitudini mettono in moto la trama), senza contare le inesorabili pagine finali, un incubo che ci rammenta con grande forza la pericolosità della speranza, che, in effetti, è solo una grossa fregatura.
Forse chi pensava che Ratigher avrebbe riscritto completamente il personaggio è rimasto deluso, ma se così fosse, credo che alcune dichiarazioni dell’autore (tratte da questa intervista concessa a VICE), che denotano grande rispetto per chi lo ha preceduto e per il pubblico dei lettori, possano spiegare molte cose:

Per Dylan Dog sapevo di aver bisogno di una storia interamente strutturata e solidissima fin dall’inizio, il cui fine fosse l’intrattenimento. […]

Ti sembra di scrivere di qualcuno che è vero, nel senso di reale, esistente. I tratti codificati del personaggio non li vivo come dei limiti, anche perché, intendiamoci, non sono così stretti […].

L’idea di affiancare a Ratigher un disegnatore come Alessandro Baggi mi è sembrata azzeccata, perché il suo segno pulito e facilmente leggibile, ma allo stesso tempo capace di evocare prospettive minacciose, appena sfasate dalla realtà, in qualche modo amplifica l’angoscia che pervade tutto il fumetto. I bei volti realizzati con impostazione classica, e le espressioni intense dei vari personaggi, infatti, sono quasi a contrasto del contesto narrativo, tutt’altro che tranquillizzante, come se la nitidezza dei disegni volesse rimarcare la normalità del male. Dopo tutto, sappiamo bene che l’orrore può avere un aspetto familiare, e infatti in questa storia non ci sono mostri e neppure tanti spargimenti di sangue, elementi di genere fin troppo abusati dei quali né Ratigher né Baggi hanno bisogno per costruire l’atmosfera giusta. Molto interessante anche il modo con cui sono state costruite le tavole, spesso con soluzioni che si allontanano parecchio dalla solita gabbia bonelliana, anche con suggestive splash page, fra cui spicca quella a pagina 76, un pezzo di bravura dove, per una sola volta, le belle maschere sembrano cadere a pezzi rivelando il dolore e il tormento (per conoscere meglio Baggi, guarda questo breve film a lui dedicato).

dydratigher2L’albo è uscito la settimana scorsa e rimarrà in edicola fino al prossimo 28 dicembre, costa sempre 3,20 € e potrebbe diventare uno dei numeri più rappresentativi del nuovo corso dell’indagatore dell’incubo. Non lasciatavelo sfuggire.

Alessio Bilotta

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