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Il post pubblicato su Facebook da Gianfranco Manfredi qualche giorno fa è ormai diventato di dominio pubblico, e quindi dovrebbe essere già noto a tutti gli appassionati che il mensile Adam Wild concluderà anticipatamente la sua corsa in edicola fra poco più di un anno, con il #26.
Come spiegato dallo stesso Manfredi, le cause sono da ricercarsi nelle vendite al di sotto della cosiddetta “soglia di sicurezza”, che oggi si attesterebbe, per un editore dagli importanti costi di produzione come Bonelli, intorno alle 20mila copie a numero.
Credo che la chiusura di una testata dovrebbe essere una notizia che non fa piacere a nessuno, se non altro perché significa lavoro in meno per tante persone, però questo insuccesso, dopo quello recentissimo di Saguaro, mi suggerisce alcune domande, che vado di seguito ad enunciare.

1. I fumetti avventurosi di stampo più classico funzionano ancora?
Valutando i riscontri di cui disponiamo, sembrerebbe di no, anche se l’esiguo campione di titoli che è possibile analizzare non ha un grande valore statistico. Di sicuro c’è che le ultime testate Bonelli che hanno avuto una buona risposta contengono tutte degli elementi fantastici, vedi Dragonero (fantasy), Lukas (horror) e i vari cicli di Orfani (fantascienza). Significa forse che il pubblico, soprattutto quello più giovane, preferisce ambientazioni che può ritrovare in altri fumetti o nelle serie televisive più in voga del momento? Può darsi, e potrebbe anche essere che, in questo particolare periodo storico, gli antieroi riscuotano maggiori consensi.
Nel caso specifico, non si può negare che la prima impressione suscitata da Adam Wild fosse quella di un fumetto un po’ troppo datato, e dovendosi districare fra una pletora di proposte, ci sta che in molti abbiano rinunciato senza nemmeno provare, anche per i noti problemi di finanze e di spazio.

2. Come mai le nuove serie regolari sembrano avere così poca fortuna?
Difficile rispondere, anche perché se conoscessi la soluzione, sarei a libro paga dei migliori editori del mondo. Mi sembra, però, che sia diventato faticoso affezionarsi a nuovi personaggi, a meno che questi non godano di presenze anche su altri media, come ad esempio The Walking Dead o L’attacco dei giganti.
Non so dire se (e perché) questi nuovi personaggi siano meno riusciti dei loro predecessori, o se rispetto a quelli abbiano il fiato più corto, però i titoli Bonelli recenti che hanno funzionato meglio sono un antologico (Le Storie) e le serie organizzate a “stagioni” di 12 numeri (Lukas e Orfani), la sola eccezione è rappresentata da Dragonero. Negli ultimi 20 anni, d’altra parte, gli unici personaggi a godere di un successo duraturo sono stati Julia e Dampyr, e anche fuori dai confini italici non si contano molti esempi significativi.
Si nota chiaramente, infine, la nuova tendenza di proporre mini-serie molto brevi, come Coney Island, Tropical Blues e Hellnoir, tutte composte da 3 numeri, una scelta sicuramente meno rischiosa per l’editore e meno impegnativa per il lettore.

3. Si può fare a meno di una comunicazione attenta, continua, moderna e capillare?
Secondo me no, anche perché le diverse strategie adottate per Orfani e Morgan Lost sembrano essere state molto più produttive. È vero, del fumetto di Chiaverotti sono usciti finora soltanto due numeri, però il gruppo Facebook dedicato a Morgan Lost è molto nutrito e attivissimo, e questa presenza costante, a fronte di una qualità che fosse anche soltanto media, deve pagare per forza.
Credo che sfruttare al massimo tutti i numerosi canali di comunicazione che ci sono a disposizione sia doveroso, anche indipendentemente dalla qualità del prodotto di cui si sta parlando, perché il vecchio passaparola non basta più. È un lavoro faticoso che richiede competenze specifiche e risorse dedicate, ma ormai “fare bene” non è più sufficiente, bisogna anche “comunicare bene”, o forse, più esattamente, “comunicare con convinzione che si sta facendo bene”. Fra l’altro, non si sono nemmeno lette molte recensioni né di Adam Wild né di Saguaro, e anche i critici più importanti sono sembrati poco interessati a questi due titoli, se non quando era troppo tardi, almeno nel caso di Saguaro.

4. È più forte l’autore o il personaggio?
In Italia, penso sia più forte il personaggio, almeno nella maggior parte dei casi. È vero, esistono alcune eccezioni come Roberto Recchioni, che è stato capace di crearsi un importante seguito personale, però sembra che ai lettori interessino maggiormente i protagonisti delle storie, tanto che in molte serie si tende a non stravolgere troppo i canoni abituali, né a livello grafico né a livello narrativo. Non mi spiego, altrimenti, perché il credito accumulato nel tempo da Manfredi con Magico Vento e Volto Nascosto non abbia sortito risultati migliori.
Un tempo esisteva la contrapposizione fra “fumetto d’autore” e “fumetto popolare”, categorie dai confini molto difficili da tracciare e che spesso servivano solo a generare pregiudizi. Oggi che finalmente le due tipologie sembrano definitivamente passate di moda, per qualcuno a favore della nuova dicotomia “fumetto personale vs. fumetto industriale”, sarebbe apprezzabile uno sforzo ancora maggiore da parte dei curatori per evidenziare il contributo degli autori, un po’ come succede negli USA, dove ad esempio il ritorno di Frank Miller su Batman è presentato come un evento straordinario ed epocale. In realtà questo si è già iniziato a farlo, come dimostra il debutto su Dylan Dog di alcuni autori sicuramente non mainstream, e se un giorno diventerà la regola, anche i canoni saranno più flessibili, e forse sarà più semplice individuare il supporto editoriale migliore per i vari autori.

Schermata 2015-11-27 alle 14.56.35In un momento come questo, nel quale Bonelli sta rischiando molto rinnovandosi con proposte che fino a pochissimo tempo fa non erano neppure lontanamente immaginabili, mi piacerebbe che queste domande servissero ad aprire una discussione, credo potrebbe essere d’aiuto per provare a capire dove sta andando il fumetto italiano. Grazie in anticipo a tutti quelli che vorranno intervenire.

Alessio Bilotta

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