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Quando visitai il quartiere a luci rosse all’interno della medina di Tunisi, non avevo idea che potesse esistere un posto del genere. Solo dopo mi hanno spiegato che ci sono luoghi così anche in molte altre città musulmane, perfino in quelle sante come Kairouan. Sono organi marci e pulsanti, nascosti da un groviglio di vicoli e praticamente impossibili da trovare o ritrovare, se non guidati da un abitante del posto. Ricordo che mi colpirono gli odori fortissimi, i liquami che irrigavano le stradine, e soprattutto le vecchie mammane davanti all’uscio di povere abitazioni, appena abbellite da ceramiche bianche e blu, con ragazze giovanissime e tristi sullo sfondo, sempre in cima ad una scala. Solo uomini nelle strade buie, con espressioni molto poco raccomandabili, ça va sans dire. Pensai che questo ambiente così irreale, ma in fondo seducente, potesse essere stato d’ispirazione per uno come Federico Fellini, ma non so se ci sia mai stato.
Non so nemmeno se c’è mai stato Marco Galli, però quando ho letto e guardato Nella camera del cuore si nasconde un elefante, il suo ultimo libro, ho ripensato a quella esperienza.


L’autore immagina un pianeta lontanissimo, Balhore, i cui primi coloni furono immigrati marocchini, cosa che spiega la presenza di una medina all’interno della città vecchia. Il protagonista Almo Brasil, uno scrittore di successo che sembra aver perso l’ispirazione, decide di partire per Balhore sulla spinta di un pretesto abbastanza sciocco, al quale abbocca volentieri, forse per coltivare l’illusione di un’avventura. Finirà per smarrirsi nelle stranezze allucinate che popolano la medina, forse a causa di una tossina nell’aria o forse perché la ricerca di se stessi deve passare anche da esperienze non spiegabili razionalmente. All’interno della medina di Balhore non c’è lo squallore che ho visto a Tunisi, però il mistero, lo smarrimento e l’attrazione che sperimenta il protagonista sembrano molto simili a quelli che ho provato anch’io.

I disegni sono molto diversi da quelli “carnosi” del precedente e altrettanto bello Oceania Boulevard, e le tavole sono realizzate alternando diversi stili. Il mondo più intimo di Almo Brasil è disegnato in bianco e nero, con un tratto molto grafico dalle linee ben definite che ricorda Muñoz e Altan, sempre cercando di appiattire i volumi, come se i personaggi e gli ambienti fossero soltanto pensieri, o magari sogni. L’uniformità elegante ma fredda di questo mondo viene spezzata qualche volta da macchie di rosso vivo, forse a sottolineare una rottura, o un’intrusione. Quando invece il protagonista sembra lasciare più spazio alle sensazioni evocate dal mondo che lo circonda, l’autore passa agli acquerelli, mentre al termine del penultimo capitolo, in una surreale sequenza che dovrebbe spiegare i misteri di Balhore, c’è quasi una riconciliazione grafica, perché anche i colori diventano piatti e non naturali.

90-pag-sxCome racconta lo stesso Galli in questa intervista, il libro nasce dopo la fine di un’importante storia d’amore, ma azzardo che il fumetto in questione potrebbe essere d’aiuto a chiunque abbia subito una perdita, di qualunque tipo, perché i tentativi di ricomposizione provati da Almo Brasil sono sempre presentati con un sguardo sognante, ironico, talvolta sopra le righe, senza mai dimenticare che il senso per l’assurdo è forse la migliore chiave di lettura possibile per tutto.

Alessio Bilotta

Per maggiori approfondimenti:
Blog di Marco Galli

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