Questo è il primo articolo del nuovo corso di Slowcomix, in attesa del restyling previsto per il vecchio blog e il sito, come spieghiamo qui.
Non siamo ancora esperti della piattaforma WordPress, per cui ci perdonerete qualche sbavatura, che contiamo di correggere con il tempo. Buona lettura!

La Redazione


Se è vero che esiste una cultura in qualche modo “ufficiale” e riconosciuta, che gode del rispetto di benpensanti e istituzioni scolastiche, è altrettanto vero che quella cultura ha a lungo disprezzato i fumetti, prendendone le distanze ogni volta che è stato possibile.
Il Fumetto ha rappresentato spesso, infatti, qualcosa di “alternativo” alla cultura ufficiale, e lo ha fatto con approcci anche molto diversi, in base al pubblico a cui si rivolgeva. Potevano essere semplici sguardi su mondi avventurosi, fantastici o spaventosi, ma anche visioni caustiche e rivelatrici della realtà circostante, con l’apporto, nei casi migliori, di interpretazioni grafiche potenti e originali. Sappiamo che i generi narrativi più popolari non sono mai stati amati troppo ai piani alti della cultura, e di sicuro certe cronache esperienziali, così selvagge e irriverenti, hanno dovuto subire sempre attacchi moralizzatori e condanne. Sembra perfettamente logico, quindi, che la storia dei fumetti sia ricca di disapprovazioni pubbliche, diffide, interrogazioni parlamentari e perfino di roghi bradburyani negli anni più bui della censura americana, all’alba della famigerata Comics Code Authority (vedi foto a seguire).

Comic-Book-Burning

Quando ero ragazzino io, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, i fumetti, quasi tutti i fumetti, era meglio leggerli di nascosto, e di sicuro solo pochissimi insegnanti o genitori sarebbero stati felici di questa scelta. Esistevano, a dire il vero, anche fumetti considerati innocui, ma si trattava o di giornalini chiaramente indirizzati ad un pubblico infantile, o di libri con intenti didattici e storici, forse amati da famiglie e scuole, ma che mai sono piaciuti veramente ai bambini obbligati a leggerli.

Non so se questa dimensione proibita, oltraggiosa, o addirittura pericolosa, sia quella più caratteristica del Fumetto, o se lo sia ancora, ma è da sempre la peculiarità che più amo di questo linguaggio. Mi sembra, però, che negli ultimi anni il Fumetto abbia giudiziosamente dilapidato questa eredità sporca e gloriosa, e se da una parte ne ha guadagnato in dignità e rispettabilità, dall’altra ha perso molto del suo fascino primitivo e dalla sua forza comunicativa originaria.

La legittimazione è stata lentamente conquistata sul campo, grazie anche a forme nuove di racconto sperimentate da molti autori, tanto che graphic novel è diventato un termine di uso comune e commerciale per rimarcare intenzionalmente un’identità diversa rispetto ai fumetti più tradizionali. Molti artisti contemporanei amano gli acquerelli, l’autobiografismo e il tranche de vie, e anche se a volte ci hanno regalato delle opere eccellenti, raramente hanno creato turbamenti nelle coscienze o nell’opinione pubblica, e non hanno neppure contribuito ad eccitare l’immaginazione con nuovi mondi o nuove fantasie. Si affiancano, spesso superandola a gran velocità, questo va detto, a quell’editoria ampiamente omologata fatta di pagine della cultura, premi letterari e reportage più o meno coraggiosi. E d’altra parte, perfino gli idoli di carta più imbarazzanti della mia infanzia sono ormai diventati tutti personaggi rispettabili e riconosciuti, grazie ai dollaroni di Hollywood e a continue ristampe, sempre più curate e lussuose, perché la forma può dare importanza anche al contenuto.

Non è forse un caso, quindi, che i giovani e i giovanissimi sembrino oggi poco interessati ai fumetti, fatta eccezione per quelli che provengono dal Giappone o dalla rete, cioè territori lontani o visti con sospetto, e per questo, probabilmente, ancora abbastanza “alternativi”. E forse non è casuale nemmeno il sempre crescente interesse dei ragazzi verso cose come il cosplay o i videogiochi, in genere odiati dai puristi del fumetto, ma che di sicuro sono ancora lontanissimi da una legittimazione da parte della cultura ufficiale o, peggio ancora, da parte della scuola.

È vero, oggi è diventato molto difficile essere “anticonformisti” e “proibiti”, anche perché la diffusione capillare di internet ha relativizzato e appiattito qualunque opinione, però sono convinto che se il fumetto recuperasse il suo retaggio più irrispettoso e offensivo, ci sarebbero forse meno appassionati ma molti più lettori.

"Credo ci sia qualcosa di fuorilegge in questo linguaggio"
 (Frank Miller)

Alessio Bilotta

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