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Cover del #1, di Ed Hannigan e Joe Sinnott (1976)
Gli anni ’70 sono stati senz’altro uno dei periodi creativamente più interessanti per la Marvel, perché furono pubblicati molti titoli sperimentali, alcuni dei quali capiti e rivalutati solo molto tempo dopo. È il caso di Omega the Unknown, serie di appena 10 numeri scritta con grande originalità da Steve Gerber e Mary Skrenes e disegnata con gusto classico da Jim Mooney. Nonostante l’interregno di sceneggiatori più anonimi nei numeri 7 e 8, forse ingaggiati nel tentativo di riportare la serie su binari più classici per aumentarne le vendite, Omega si distingue come uno dei fumetti più particolari di quel fecondo periodo. C’è un eroe alieno, che resta senza parlare per 8 numeri, impegnato a combattere contro dei robot che vogliono invadere la Terra, e che è misteriosamente legato al vero protagonista della serie, un ragazzino orfano di 12 anni adottato da due bonazze (yes). Come ricordato negli ottimi articoli a corredo del riuscito remake di Jonathan Lethem e Farel Dalrymple nel 2007 (questo), la novità principale fu l’introduzione della scomoda e cruda realtà, quella fatta di bullismo, traumi psicologici e drammi adolescenziali.
All’epoca non ci si aspettavano queste cose da un fumetto, e infatti la fortuna non gli arrise, ma oggi possiamo dire che si trattò di un lavoro parecchio in anticipo sui tempi, ricordato in Italia con molto affetto anche perché apparve su quella rivista strana e bellissima che era Gli Eterni della Corno.
Qui un bel racconto di Alessandro Dezi che lo riporta alla memoria.
Alessio Bilotta
Il giovane protagonista scopre che sua madre è un robot (brividi…)

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