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Conoscendo la mia identità segreta, Makkox mi fece una dedica a tema
che funziona bene anche per questo post (da Lucca Comics 2009)

Nelle numerose polemiche che rapidamente divampano sui social network, e che altrettanto rapidamente si smorzano, leggo che spesso si fa appello ad una fantomatica “qualità”, rimproverando quel fumetto (o quel film o quel libro o quella canzone ecc. ecc.) di non essere “di qualità”, con un chiaro intento denigratorio.

Ma cosa significa davvero la parola “qualità”?

Secondo la Treccani, la qualità è quella
“proprietà che caratterizza una persona, un animale o qualsiasi altro essere, una cosa, un oggetto o una situazione, o un loro insieme organico, come specifico modo di essere, soprattutto in relazione a particolari aspetti e condizioni, attività, funzioni e utilizzazioni”.

Già questa semplice definizione da dizionario chiarisce subito che la qualità in sé non è associata ad un giudizio di merito, ma è sempre correlata a specifiche “…attività, funzioni e utilizzazioni”. Sarebbe più corretto, al limite, parlare di “alta qualità” o “bassa qualità”, ma raramente ci si imbatte in queste locuzioni.
Per chiarire ulteriormente il concetto, ci viene in aiuto una definizione più tecnica, ripresa direttamente dalla serie di norme ISO 9000 per la certificazione dei sistemi di gestione per la qualità:

“grado con cui un insieme di caratteristiche intrinseche soddisfano i requisiti”.

Un concetto secco e molto chiaro, che collega la qualità di un prodotto o di un processo solo al livello di soddisfacimento dei requisiti previsti dal fabbricante e/o attesi dal cliente. In altre parole, volendo estendere questa definizione ad un prodotto editoriale, potremmo sostenere che questo è di qualità maggiore o minore in base a quanto risponde alle aspettative dei lettori e, in misura diversa, dell’editore, cioè dei soggetti che, più o meno direttamente, pagano gli autori (seguono immagini di fumetti dalla qualità discutibile inserite a caso nel testo).

Pertanto, se le aspettative dei lettori fossero quelle di ridere in modo sguaiato, o magari di eccitarsi sessualmente, e quel determinato fumetto le soddisfacesse, ci troveremmo di fronte ad un prodotto di buona qualità per l’utilizzo previsto, anche perché, con ogni probabilità, corrisponderebbe a quantità di venduto perlomeno tranquillizzanti per l’editore. L’alto gradimento da parte di tantissimi lettori per i fumetti di Sio o Don Alemanno (…e già mi immagino le espressioni sgomente di certi addetti ai lavori…), ne attesta decisamente la buona qualità, ovviamente rispetto a determinati gusti e desideri. Diversamente, se l’aspettativa dell’editore fosse quella di avere un qualche tipo di riconoscimento culturale, allora potrebbe essere una premiazione al Gran Guinigi o una positiva recensione da parte di una firma importante ad attestare la qualità di quel prodotto.

Bisognerebbe sempre evitare di sostituire le proprie aspettative a quelle stabilite dall’autore e dall’editore, perché qualunque giudizio non può prescindere dagli scopi per cui il fumetto stesso viene pensato e realizzato, né tantomeno può ignorare i lettori che lo premiano, facendolo magari con sprezzanti (e a volte ridicoli) atteggiamenti di superiorità culturale. Non ha molto senso, insomma, rimproverare ad un fumetto dell’industria di non essere abbastanza “di qualità” perché poco originale, poco impegnato o non così sconvolgente a livello estetico o intellettuale: di sicuro non sono questi i parametri con i quali è stato concepito, e probabilmente ai fan interessano di più altre cose, come la riconoscibilità delle situazioni, l’identificazione con i personaggi, lo sviluppo degli intrecci, i colpi di scena e, più in generale, le brevi emozioni che si possono provare durante la lettura/visione.
Anche perché non è ancora stato dimostrato che realizzare un fumetto con grandi ambizioni commerciali sia più semplice che farne uno con profondi significati artistici e magari filosofici.

Caro amico, quindi non arrabbiarti se molta gente preferisce le avventure dei gabinetti assassini scarabocchiate con la bic alla tua biografia di Kierkegaard dipinta ad aerografo, è comunque un discorso di aspettative, e quasi mai di valori assoluti, che è sempre estremamente complicato stabilire, soprattutto per opere contemporanee. Oppure può darsi che tu stia gestendo male la tua qualità, perché magari non hai fatto bene la comunicazione, o forse, più semplicemente, non hai le risorse per farla meglio.

Misura la qualità non tanto sulla fatica spesa e sulla tua visione del mondo e dell’arte, ma in base al numero e al gradimento dei lettori a cui ti rivolgi, e ascolta con attenzione e serenità le loro critiche, spesso contengono importanti spunti di miglioramento.

Alessio Bilotta


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