Tag

Copertina dell’edizione BUR (1974)

Per una volta, questa rubrica potrebbe intitolarsi “un protofumetto al giorno”, poiché fra gli studiosi è abbastanza diffusa la convinzione che Max und Moritz del tedesco Wilhelm Busch, realizzato addirittura nel 1865, non fosse ancora un fumetto vero e proprio, ma qualcosa che ne preannunciava il prossimo avvento. Non sta certo a me entrare in questioni storiche sulle attribuzioni di primogenitura, però mi fa un po’ sorridere la considerazione che la paternità del fumetto sia contesa anche dalla Germania, paese che, in seguito, non ha contribuito poi così tanto allo sviluppo di questo linguaggio.

Gli appassionati dovrebbero aver tutti ben presente chi sono i due monelli protagonisti, per tutti gli altri ricordo che le loro avventure sono in realtà scherzi atroci ai danni di alcuni sprovveduti abitanti del loro villaggio rurale, come una vedova, il sarto, il vecchio maestro e persino lo zio. Come recita il sottotitolo, si tratta di “una storia di bambini in sette scherzi”, realizzata attraverso illustrazioni accompagnate da testi in rima, un po’ sullo stesso stile che avrebbe fatto la fortuna del Corriere dei Piccoli nei primi anni del ‘900. Tuttavia, rispetto alle edulcorate vicissitudini dei personaggi nostrani, e tutto sommato anche rispetto a quelle dei loro colleghi americani, ci sono in queste birbonate una ferocia e un sadismo che davvero lasciano sconcertati, e che sono figli legittimi di un’epoca più ruvida e spiccia di cui conserviamo solo uno sbiadito ricordo. Io comunque tifo per Max e Moritz, perché anche se sono spietati, le loro vittime hanno atteggiamenti così gretti e insulsi, che alla fine quasi se lo meritano di essere trattati a quel modo; e anzi, l’orrendo epilogo delle vicenda ai danni dei due monelli, che sembra voler rassicurare il lettore sulla solidità dello status quo, mi lascia ancora oggi un fastidioso disappunto.
Da studiare bene, per tutti gli aspiranti fumettisti, l’equilibrio fra testo e immagini, dove le parole servono più spesso a spingere e introdurre le illustrazioni, anziché a spiegarle in modo pleonastico. Molto curati i disegni, realizzati con uno stile che risulta ancora oggi ricco e sintetico allo stesso tempo, grazie alla rara capacità dell’autore di semplificare i dettagli senza però tralasciarne nessuno.
Il libro, che secondo internet è conosciutissimo da tutti i bambini tedeschi, da noi non viene invece ristampato da tanto, e credo che l’edizione migliore sia quella BUR di cui vedi la copertina all’inizio del post; io ne ho una versione tascabile inspiegabilmente tradotta in latino, pubblicata nel 1994 dalle edizioni Meravigli di Vimercate (!). Puoi cercarle entrambe on-line.
Alessio Bilotta
Advertisements