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Prima pagina della storia, rubata da qui

Chi segue questa rubrica, sa che amo moltissimo il lavoro di Andrea Pazienza, e questa breve storia che propongo oggi, di appena 15 pagine, è senz’altro una delle mie preferite, una di quelle che, più di altre, mi sono rimaste nel cuore. Sono ricordi di infanzia di Andrea, estati fatte di domeniche trascorse nei boschi, a caccia con il padre e con il fratello Michele, e di interminabili pomeriggi pieni di segrete avventure, mentre tutti gli adulti fanno la pennichella. Pazienza, da grande narratore quale è sempre stato, restituisce benissimo certe sensazioni e certi particolarissimi sentimenti, quelli che stanno sul filo dell’attesa e della scoperta, e che non farai nessuna fatica a riconoscere come anche tuoi. E la cifra più caratteristica del grande autore di Zanardi e Pompeo, cioè quella poetica struggente che mescola malinconia e violenza, morte e tenerezza, ci regala in queste pagine alcuni dei suoi momenti più belli, soprattutto quando ci racconta la fine. La fine di una vita, di una stagione, di un’età: il termine di qualcosa di bello, per un futuro che è ignoto ma che sembra sempre oscuro.

Stavolta i disegni sono privi dei suoi caratteristici virtuosissimi grafici, e l’autore preferisce adottare uno sguardo lontano, rappresentando con attenzione la natura e riducendo gli essere umani a poco più che stecchini, ombre sovrastate da cose più grandi e inconcepibili.
Alla fine della storia, il piccolo Paz, sconvolto da una visione che non comprende, smarrisce una pallina da tennis, che rotola chissà dove. “Forse è ancora lì, da qualche parte, da quel giorno fatale incastrata tra le maglie d’una siepe di lauro”. Proprio come certi nostri ricordi, intrappolati per sempre in luoghi dove non possiamo più ritornare.
Ho letto per la prima volta questa storia in un brutto tascabile Einaudi dedicato a Pazienza: prima e dopo quella edizione, è stata stampata tante altre volte. Cercatela con amore, non ve ne pentirete.
Voto: 10
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