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Di versioni alternative a fumetti di Pinocchio ce ne sono state e ce ne saranno molte, alcune già annunciate e per le quali nutro grandi aspettative, come la riedizione del capolavoro di Ausonia e il nuovo lavoro di Marco Corona, due autori che amo moltissimo. Senza nulla togliere alle opere che ancora devono ancora uscire, comunque, penso che questa versione dell’artista francese Winshluss (al secolo Vincent Paronnaud, forse più noto per essere stato il co-regista del pluripremiato Persepolis), sia destinata a rimanere per sempre fra le migliori in assoluto.
L’operazione condotta dall’autore, ad una prima occhiata superficiale, potrebbe sembrare il solito attacco virulento contro la cultura popolare “ufficiale” (in questo caso l’immaginario disneyano), che ha avuto molti ed illustri esempi nell’underground americano, ma a ben vedere si tratta in realtà di un’amplificazione di alcuni concetti contenuti nel testo originale di Collodi. Il burattino di legno, infatti, che in questo caso diventa un robot che il suo inventore Geppetto tenta di vendere all’esercito come arma letale e indistruttibile, è anche un catalizzatore di tutte le pulsioni più basse e deteriori dell’essere umano: viene via via deriso, truffato, tradito, schiavizzato, abusato, persino impiccato, anche se ogni volta riesce a cavarsela, fino al riscatto finale, in cui sembra riconciliarsi con la morale dominante.
Nella versione di Winshluss, il marcio viene esposto alla luce senza palline di zucchero, e tutti i personaggi sono meschini e deboli, e sempre dominati dai loro vizi e dalle loro ossessioni; la fata turchina diventa una signora oziosa e lasciva, la volpe un barbone eroinomane, il gatto un integralista religioso, il pescecane un mostro mutato dalle radiazioni, il Paese dei Balocchi una dittatura decadente e il grillo parlante, in quella che secondo me è l’invenzione più riuscita, si trasforma in uno scarafaggio frustrato dalle sue ambizioni di scrittore fallito che abita nella testa del burattino-robot. Incontriamo anche personaggi di altre fiabe, o di altri lungometraggi animati, fra i quali spicca su tutti un’interpretazione agghiacciante dei sette nani o, per meglio dire, dei “sette bastardi”.
Il segno è perfettamente al servizio della narrazione, condotta praticamente senza l’uso di balloon e didascalie, e per quanto derivi chiaramente dai primi cartoni animati di Walt Disney, tipo Silly Symphony, risulta corrotto, o forse spogliato di tutti gli orpelli tranquillizzanti, raccogliendo l’eredità cattiva e dissacrante di Vuillemin e del nostro Massimo Mattioli. Le invenzioni grafiche si sprecano, e gli stili adottati sono molteplici, in una composizione visuale così ricca e affascinante da essere paragonabile con pochissime altre cose.

Questo fumetto, e non ci spieghiamo perché, arriva da noi con almeno 5 anni di ritardo, avendo vinto il Festival di Angoulême nel 2009, ma per fortuna il libro pubblicato da COMICON Edizioni è realizzato con grandissima cura, e potendo finalmente stringere fra le mani questo capolavoro assoluto, non possiamo fare altro che ringraziare gli attenti curatori per averlo recuperato.

Il libro è uscito da poco, ha 196 pagg. a colori e costa 22€; lo trovi anche nelle librerie di varia oppure puoi richiederlo qui direttamente all’editore.

Voto: 10

Alessio Bilotta

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