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Scriveva Charles Dickens: Da quanto tempo vivo in Londra? Sono oramai oltre tre anni, mi appresto a divenire parte dell’arredo urbano. Il formicolante brulichìo della folla in Oxford Street, i colorati mercati di Camden Town, le molteplici lingue e popolazioni di Brick Lane, erano invero cose belle quando giunsi la prima volta. Pensavo che avrei continuato a stupirmi davanti al panorama di Westminster al mattino, alla cupola di San Paolo, al tramonto sul Tamigi.

E invece finisce sempre così, ovunque tu sia: ciò che conosci non ti sorprende più. Non ti guardi più attorno con ammirazione, maraviglia, stupefazione. Inizi a dimenticare, perso nelle tue preoccupazioni quotidiane, l’affitto, la pioggia, le scadenze, il nuovo articolo per il Guardian, e non ti guardi più dattorno, non ti lasci più sorprendere, cammini e diventi indifferente a chi ti cammina dinanzi.
A meno che tu non incroci uno degli hipster di Londra.
Gli hipster. Io li odio, cazzo. Li odio alla morte gli hipster. Mi fanno venire l’orticaria che poi devo prendere la crema all’idrocortisone 1% per farmela passare, mi fanno venire un’incazzatura che guarda, nemmeno lo so io che cosa. Non c’è niente di peggio degli hipster, niente. NIENTE.
Oddio, forse i nazisti. Forse in nazisti sono peggio.
Ma ci devo pensare.

Hipster Hitler è la geniale, geniale invenzione di JC e APK che, si premurano di dichiarare nei credits, non hanno la minima intenzione di divertirsi alle spalle delle vittime dell’olocausto, bensì alle spalle dei fashion victims. L’hipsterismo (esiste questa parola?) è la conformità al non-conformismo, un contorsionismo intellettuale che fa a gara, in quanto a cretineria, con certe sparate dell’ultra destra. Hipster Hitler è l’uber-hipster: nevrotico, narcisista, megalomane, inetto, fissato sull’alimentazione biologica, OGM-free, vegana. Si auspica di trasformare il Terzo Reich in un emporio vintage permanente, invita Himmler e Goering a “chill down”, decide di invadere l’Uzbekistan perché la Polonia è una scelta troppo banale, occupa la Renania per produrre (artigianalmente) birra biologica, studia esperanto.
La satira della sub-cultura giovanile è tagliente, anche se alla lunga la ripetitività dello schema (Hitler Hipster è un oggetto fuori dal tempo, ma pretende di non esserlo) può stancare. Il tratto degli autori è minimale, al limite minimo sindacale dell’autoproduzione, ma la sovrapposizione degli “occhiali con la montatura grossa” al volto iconico di Hitler genera un corto circuito mentale che ci fa perdonare qualunque ingenuità.
Che però il fumetto potesse avere il respiro corto devono averlo avvertito anche gli autori: la striscia non è più aggiornata da oltre un anno, e non si prevedono nuove avventure del gerarca anti-establishment.
Una satira divertente, a volte feroce. Un modo come un altro per combattere certi demoni, siano gli hipster o qualcosa di peggio.

Heike

Risorse web:
Hipster Hitler
– le animazioni (carine)
– lo store (le maglietteeeeeeeee)

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