Una tavola evocativa della mostra “Oltremai”

 

A volte, mentre gironzolo sui social network e sui blog dedicati al fumetto, mi assale lo sconforto. Ho come l’impressione che i lettori, ma spesso anche gli autori, ricerchino le emozioni non tanto nella storia o nei disegni, quanto piuttosto in altri ambiti, per così dire, “laterali”. Forse si ricerca solo un’incondizionata, per quanto relativa, gratificazione personale, o magari si vuole reclamizzare la propria appartenenza a qualche tipo di tribù, oppure si vuole entrare nel corteo adorante che sta dietro il santo del giorno. Credo sia capitato a tutti di notare, con sommo stupore, quanti “Mi piace” sono messi sotto a disegni che qualunque supervisore degno di questo nome dovrebbe invece indirizzare al cestino; oppure di notare le decine di commenti, apparentemente partecipati, che seguono alcune banalissime, eppure seriose, esternazioni pubblicate con una certa frequenza da autori più o meno famosi, più o meno bravi. Eh sì, perché spesso sembra che le capacità e la bravura non contino più: conta esserci, in qualunque modo, e conta rubare anche un solo secondo al famigerato quarto d’ora di celebrità (altrui).
Insomma, basta che un Ninì Stupendetti qualunque infesti la sua bacheca di anteprime discutibili, ché tutto il suo piccolo codazzo di invasati si eccita, sprecandosi in lodi altissime completamente fuori luogo e negandosi, in questo modo, la possibilità di essere partecipe di iniziative molto più meritevoli.

Quello che più mi rattrista, infatti, è vedere come il chiacchiericcio da cortile di condominio, o se volete da curva di stadio, occupi sempre più spesso spazi che invece dovrebbero essere dedicati a commentare opere di autentico valore artistico, che quasi nessuno si degna neppure di segnalare. Magari chi avrebbe voglia di farlo non ha molto tempo, come il sottoscritto, oppure è vero che ci si diverte di più a fare critiche negative, però davvero non mi spiego, ad esempio, perché si stia parlando pochissimo di un grande artista che negli ultimi tempi ha legato il suo nome a lavori di ottima fattura. Mi riferisco a Lorenzo Mattotti, e in particolare alla mostra “Oltremai” (ospitata fino al 7 aprile dalla Pinacoteca di Bologna) e al film “Pinocchio” per la regia di Enzo D’Alò, trascurando un po’ le splendide illustrazioni per “The Raven” (testi dell’album omonimo di Lou Reed, ovviamente ispirati da Poe) solo perché quel libro, negli Stati Uniti, era già uscito nel 2011.
Non mi voglio soffermare su puntigliose analisi tecniche, e mi preme invece sottolineare le forti emozioni provate. Uscito dalla mostra bolognese, mi tremavano le gambe e avevo le lacrime agli occhi, tanta era la commozione: non so spiegare perché, ma di sicuro quelle potenti pennellate di nero hanno ridestato alcuni demoni sopiti del mio inconscio, che hanno ricominciato a danzare alla bocca del mio stomaco, lasciandomi sbigottito e provato.
Tutt’altre sensazioni, quasi opposte, quelle provate alla visione di “Pinocchio”, dove alla fine prevale l’aspetto pacificatore e consolatorio, nonostante le numerose sequenze ai limiti dell’incubo e dell’orrore che contrappuntano la storia, e che forse sono le più riuscite.
Guardando la mostra, assistendo alla proiezione, sfogliando il libro, mi sono tornate alla mente le parole di un amico: quando si ha la fortuna di imbattersi nell’opera di un grande, ci si sente come dei prìncipi, tante sono l’attenzione, la cura e la bellezza che l’autore mette dentro al suo lavoro. Ci si sente lusingati ed onorati, e si attraversa l’esperienza artistica con lentezza, rispetto e controllata avidità, pregustandone ogni istante. Tutto il contrario, insomma, dell’atmosfera stomachevole che si respira in mezzo ai cortigiani chiassosi e blateranti che accompagnano Ninì Stupendetti.
Un tipico borgo toscano reinventato da Mattotti per il film “Pinocchio”

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